Un 48enne di nazionalità indiana si è tolto la vita lunedì scorso nella casa circondariale “Madia” di Barcellona Pozzo di Gotto. Era rimasto in cella mentre i compagni passeggiavano nel corridoio: quando gli agenti hanno dato l’allarme, non c’è stato nulla da fare. È il terzo suicidio registrato nello stesso istituto negli ultimi sei mesi, un dato che da solo descrive la gravità della situazione.
Il procuratore capo di Barcellona, Giuseppe Verzera, ha inviato al Ministero della Giustizia una nuova segnalazione urgente, denunciando ancora una volta le criticità strutturali e organizzative della struttura.
I limiti della struttura
La casa circondariale “Madia” occupa un edificio costruito nel 1925 come ospedale psichiatrico giudiziario. Con la chiusura degli Opg, l’immobile è stato riconvertito in carcere, ma senza gli adeguamenti richiesti dalla normativa. Una trasformazione incompleta che oggi mostra tutti i suoi limiti: mura di cinta non a norma, finestre delle celle facilmente manomissibili, spazi inadeguati e servizi sanitari insufficienti.
Negli ultimi anni non sono mancate fughe ed evasioni, a conferma di una sicurezza precaria. Gli stessi agenti della Polizia penitenziaria hanno più volte denunciato aggressioni, sovraccarichi di lavoro e turni insostenibili.
Il quadro delle criticità
Il procuratore Verzera non parla solo di manutenzione, ma di una struttura “intrinsecamente inadatta” a ospitare detenuti. I problemi principali:
- Vetustà dell’edificio: progettato per altri scopi, non risponde ai criteri di un moderno istituto penitenziario.
- Sovraffollamento: celle concepite per pochi ospiti che ne accolgono molti di più.
- Carenza di personale: pochi agenti rispetto al numero dei detenuti, con gravi ricadute sulla sicurezza interna.
- Assenza di servizi di prevenzione: sostegno psicologico e assistenza sanitaria limitati, inadeguati a intercettare situazioni di fragilità estrema.
Un mix che, secondo la Procura, produce un ambiente ad alto rischio sia per i detenuti che per gli operatori.
I sindacati: “Situazione esplosiva”
Le parole del procuratore trovano eco nelle reazioni dei sindacati di polizia penitenziaria. “Quanto denunciato è di una gravità inaudita” – afferma Maurizio Mezzatesta, segretario regionale del sindacato F.S. COSP – “da anni segnaliamo condizioni strutturali precarie, sovraffollamento e carenza di organico. La vita degli agenti è diventata sempre più difficile e pericolosa”.
Le sigle sindacali chiedono interventi immediati e un piano straordinario per restituire dignità e sicurezza a chi lavora e a chi vive dietro le sbarre.
Il grido d’allarme della Procura
Nella sua lettera al Ministero, Verzera sollecita un intervento “non più procrastinabile”. Il rischio è che la “Madia” resti un istituto sospeso a metà: né carcere sicuro, né luogo capace di tutelare la dignità dei detenuti.
Secondo il magistrato, senza un piano strutturale e un potenziamento dei servizi sanitari e psicologici, altri episodi drammatici come quello di lunedì scorso saranno difficili da evitare.
Sovraffollamento e carenze di personale, l’UGL accusa: “sistema penitenziario al collasso”
L’UGL Messina, guidata dal segretario generale Tonino Sciotto, ha espresso cordoglio ma anche forte preoccupazione, definendo l’episodio “il segno tangibile di una disperazione che il sistema non riesce a contenere”. Il sindacato sottolinea come sovraffollamento, carenza di personale e scarsità di risorse abbiano reso insostenibile la vita dietro le sbarre, tanto per i detenuti quanto per gli agenti. Da qui l’appello a un cambio di rotta: più assunzioni nella Polizia penitenziaria, migliori condizioni di lavoro e un modello carcerario capace di garantire non solo sicurezza, ma anche rieducazione. “Il carcere non può essere solo punizione – avverte Sciotto – la dignità e la vita di ogni persona restano un valore assoluto”.
Una questione nazionale
Il caso di Barcellona non è isolato. Le carceri italiane soffrono da anni di sovraffollamento, scarsità di risorse e difficoltà nel garantire percorsi rieducativi. Ma qui la situazione è aggravata dall’inadeguatezza della struttura stessa, nata per altri scopi e mai realmente trasformata.
La domanda che serpeggia nella comunità e tra gli operatori del settore è la stessa: quante tragedie dovranno ancora accadere prima che Roma intervenga con una soluzione definitiva?

