Traffico di droga e telefonini nel carcere di Barcellona: chiesta la conferma delle sette condanne

La Procura generale ribadisce la solidità delle prove: l’inchiesta della DDA ricostruisce un sistema organizzato di accessi illeciti dentro la casa circondariale

La sostituta procuratrice generale Campagna ha chiesto la conferma integrale delle sette condanne emesse in primo grado lo scorso gennaio dalla gup Ornella Pastore, con rito abbreviato. Una posizione netta: secondo l’accusa, i fatti contestati sono pienamente dimostrati e l’impianto probatorio raccolto durante le indagini risulta «solido e coerente».

Si tratta di una delle tranche del più ampio procedimento sul traffico di droga e telefonini all’interno del carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, un’inchiesta coordinata dalla DDA di Messina, guidata dal procuratore Antonio D’Amato, sviluppata in diverse fasi e in grado di intercettare più canali di ingresso della merce illecita.

Gli imputati e le condanne di primo grado

In questa tranche sono coinvolti l’infermiere dell’Asp Enrico Pagano, ritenuto il “corriere” tra l’esterno e l’interno dell’istituto penitenziario, e i romeni Mihai Ciurar e Florin Jianu, oltre a Francesco Giuseppe Calabrese, Nando Russo, Sebastiano Russo e Salvatore Selvaggio.

Le condanne inflitte in primo grado sono state:

  • 5 anni, 6 mesi e 20 giorni a Francesco Giuseppe Calabrese
  • 4 anni, 5 mesi e 20 giorni a Mihai Ciurar
  • 3 anni e 4 mesi a Florin Jianu
  • 6 anni e 10 mila euro di multa a Enrico Pagano
  • 4 anni, 5 mesi e 10 giorni a Nando Russo
  • 5 anni a Sebastiano Russo
  • 3 anni e 4 mesi a Salvatore Selvaggio

Gli imputati sono difesi dagli avvocati Giuseppe Ciminata, Salvatore Silvestro, Giuseppe Alvaro, Giuseppe Lo Presti, Tancredi Traclò, Piergiacomo La Via, Sergio Alfano, Sebastiano Campanella, Vincenzo Iofrida, Ivana Rigoli.

Le indagini: «Il carcere era un porto franco»

Secondo quanto ricostruito dai carabinieri della Compagnia di Barcellona, la casa circondariale era diventata un vero porto franco per droga e dispositivi elettronici, introdotti con regolarità almeno dal novembre 2021. Cocaina e altre sostanze stupefacenti entravano senza difficoltà, grazie alla complicità di figure interne.

Tra queste spicca il ruolo dell’assistente capo della Polizia penitenziaria Francesco La Malfa, originario di Barcellona, poi trasferito a Opera e arrestato nel giugno 2024 durante il blitz. Secondo l’accusa, La Malfa non agiva da solo: accanto a lui operava l’infermiere Enrico Pagano, residente da anni a Barcellona, anch’egli finito in carcere nel giugno 2024.

I canali di ingresso: droga nei cestini, cellulari venduti a 500 euro

Le attività dei due furono segnalate da un collega che aveva appreso informazioni da fonti confidenziali. Gli investigatori accertarono che droga e telefoni venivano introdotti soprattutto nel V Reparto, dove i cellulari venivano poi smerciati internamente a 500 euro l’uno.

Pagano, sostengono gli inquirenti, oltre a far entrare sostanze stupefacenti — spesso lasciate nei cestini dei rifiuti per facilitarne il recupero — forniva personalmente anche i dispositivi elettronici.

La regia del gruppo Iannello

Le indagini hanno inoltre permesso di accertare che La Malfa agiva sotto le direttive della famiglia Iannello, in particolare di Maurizio Iannello, affiancato dal padre Filippo e dal fratello Salvatore. Un gruppo che, secondo gli investigatori, era riuscito a prendere il controllo dello spaccio interno alla struttura penitenziaria, sfruttando complicità e canali collaudati.

Anche Pagano, secondo le contestazioni, era “sottoposto” alle direttive di Maurizio Iannello, contribuendo attivamente al passaggio di droga e telefoni verso i detenuti.

Attesa per la sentenza d’appello

Dopo la requisitoria, si attende ora la decisione della Corte d’Appello, chiamata a pronunciarsi sulla conferma delle condanne e sul complesso impianto accusatorio emerso dalla maxi-inchiesta antimafia.

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