Dopo quasi vent’anni di silenzio investigativo, arriva una svolta giudiziaria su uno degli episodi di sangue più oscuri avvenuti a Barcellona Pozzo di Gotto. L’agguato in stile mafioso del 13 aprile 2006, nel quartiere Fondaconuovo, trova oggi nuovi responsabili grazie alle dichiarazioni convergenti di più collaboratori di giustizia, che hanno consentito di ricostruire movente e contesto criminale.
L’ordinanza di custodia cautelare
Nella mattinata di ieri i carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia di Barcellona, guidati dal capitano Francesco Severo, hanno notificato una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere a Filippo Torre, 59 anni. Il provvedimento è stato eseguito su disposizione della Direzione distrettuale antimafia di Messina, coordinata dal procuratore Antonio D’Amato.
Torre, ritenuto vicino alla famiglia mafiosa dei “barcellonesi”, era già detenuto per altra causa nel carcere Pagliarelli di Palermo ed è difeso dall’avvocato Massimo Alosi. L’ordinanza è stata firmata dal gip Ornella Pastore del Tribunale di Messina, su richiesta dei magistrati della Dda.
L’agguato e il tentato omicidio
L’inchiesta riguarda il tentato omicidio aggravato dal metodo e dalla finalità mafiosa, contestato in concorso con altri soggetti. Quella sera, poco dopo le 22, Giuseppe Aricò, operaio trentenne, stava rientrando a casa in auto quando venne affiancato da due uomini in moto, con il volto coperto da caschi integrali.
I sicari esplosero numerosi colpi di pistola, otto dei quali colpirono la vittima. Nonostante la gravità delle ferite, Aricò riuscì a chiedere aiuto e venne trasportato d’urgenza all’ospedale Sant’Andrea, dove i medici gli salvarono la vita.
Indagini ferme per anni
Le indagini avviate nell’immediatezza dei fatti non portarono all’individuazione dei responsabili né alla chiarificazione del movente. L’assenza di testimoni, unita al contesto ambientale dell’epoca, rese impossibile ricostruire l’accaduto, lasciando l’agguato senza colpevoli per quasi due decenni.
La svolta dai collaboratori di giustizia
Il cambio di passo è arrivato solo di recente, grazie alle rivelazioni di più collaboratori di giustizia, giudicate dagli inquirenti attendibili, coerenti e reciprocamente riscontrate. Tra i nomi indicati figurano Salvatore Iannello, Filippo Genovese e Tindaro Giardina, oltre ad altri collaboratori storici, come i fratelli D’Amico.
Le loro dichiarazioni hanno consentito di inserire l’agguato in un preciso quadro mafioso, escludendo qualsiasi ipotesi di casualità o di conflitto personale.
Il movente: una punizione interna
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’attentato sarebbe stato deciso in ambito associativo, con una finalità punitiva ed esemplare. Giuseppe Aricò sarebbe finito nel mirino perché ritenuto responsabile di comportamenti non conformi alle regole interne della cosca, in una fase particolarmente delicata per gli equilibri criminali della famiglia barcellonese.
In particolare, Aricò avrebbe agito in modo autonomo e senza autorizzazione in alcune attività illecite, soprattutto nel traffico di sostanze stupefacenti, alterando assetti che l’organizzazione mafiosa intendeva mantenere sotto controllo. Non un singolo episodio, ma una condotta complessiva giudicata incompatibile con le gerarchie interne: uno “sgarro” che, nella logica mafiosa, equivale a una condanna.
Il ruolo di Filippo Torre
I collaboratori hanno indicato Filippo Torre come soggetto direttamente coinvolto nella fase esecutiva dell’agguato o comunque consapevole e partecipe del progetto criminale. Un quadro indiziario che il gip ha ritenuto grave, fondato sulla pluralità delle fonti dichiarative e sui riscontri investigativi raccolti nel tempo.
Il mancato esito letale dell’azione avrebbe inoltre generato tensioni interne alla stessa organizzazione mafiosa, segno dell’importanza simbolica che l’agguato rivestiva per il sodalizio criminale.
Dopo quasi vent’anni, uno dei delitti rimasti a lungo senza responsabili torna così al centro dell’attenzione giudiziaria, aprendo una nuova fase processuale destinata a far luce su una pagina oscura della storia criminale del territorio.

