Omicidio Petre Ciurar, la Dda chiede 30 anni: riaperto il cold case del delitto mafioso a Barcellona Pozzo di Gotto

La morte del giovane romeno nel 2010 torna al centro del processo. Per l’accusa fu una punizione della mafia locale contro la comunità rom accusata di furti nella zona di Calderà

A distanza di oltre quindici anni, l’omicidio di Petre Ciurar, giovane romeno ucciso nel 2010 a Barcellona Pozzo di Gotto, torna al centro dell’attenzione giudiziaria. Il caso, rimasto per anni senza una verità definitiva, è stato riaperto dalla Direzione distrettuale antimafia di Messina e dai carabinieri del Ros, che lo interpretano come uno dei cosiddetti “omicidi punitivi” decisi dalla criminalità organizzata barcellonese.

Il delitto del 2010

Petre Ciurar aveva poco più di vent’anni quando venne assassinato la sera del 5 dicembre 2010 in contrada Coccomelli, in un’area vicina alla stazione ferroviaria di Barcellona Pozzo di Gotto, su un terreno di proprietà di Rfi.

Il giovane fu raggiunto da una scarica di colpi sparati con un fucile calibro 12, caricato con pallini e pallettoni. Il delitto avvenne all’interno di una baracca improvvisata costruita con pannelli di compensato, dove viveva insieme ad altri membri della comunità rom.

In quella drammatica serata, accanto a lui si trovavano anche la moglie, giovanissima, e la figlia di appena nove mesi. I colpi esplosi avrebbero potuto provocare una tragedia ancora più grande, colpendo anche le altre persone presenti nell’area.

Dopo l’omicidio, per permettere il rimpatrio della salma in Romania, fu necessaria una raccolta di fondi organizzata dalla stessa comunità rom residente in città.

L’ipotesi degli investigatori: una punizione mafiosa

Secondo l’impostazione della Dda di Messina, il delitto sarebbe stato una rappresaglia organizzata dalla mafia localenei confronti della comunità rom, ritenuta responsabile di diversi furti avvenuti nella zona di Calderà.

Gli inquirenti considerano quindi l’omicidio Ciurar come parte della lunga serie di delitti punitivi attribuiti alla criminalità organizzata barcellonese negli ultimi decenni.

Due imputati e processi separati

Nel corso delle indagini sono finiti sotto accusa due uomini originari di Barcellona Pozzo di Gotto: Domenico Bucolo e Santo Genovese, entrambi oggi trentacinquenni.

I percorsi giudiziari dei due imputati si sono però separati.
Genovese, che da tempo vive in provincia di Reggio Emilia ed è difeso dall’avvocato Pinuccio Calabrò, ha scelto di affrontare il rito ordinario. Il suo processo è attualmente in corso davanti alla Corte d’assise di Messina.

Diversa la scelta di Bucolo, assistito dall’avvocato Filippo Barbera, che ha optato per il giudizio abbreviato. Proprio nell’udienza preliminare più recente, celebrata davanti al gup Tiziana Leanza, si è registrato un passaggio importante.

La richiesta di condanna della Procura

Il sostituto procuratore della Dda Piero Vinci, che ha seguito l’inchiesta insieme al collega Francesco Massara, ha formulato la sua richiesta di condanna: 30 anni di reclusione per Domenico Bucolo, ritenuto responsabile dell’omicidio.

Il pubblico ministero ha precisato che la pena richiesta non è l’ergastolo proprio perché il processo si svolge con rito abbreviato, che prevede una riduzione della pena di un terzo.

Le prossime udienze saranno dedicate agli interventi della difesa: il 23 marzo parlerà l’avvocato Giorgio Antoci, mentre il 30 marzo sarà la volta dell’avvocato Filippo Barbera. Al termine degli interventi il giudice emetterà la sentenza.

La testimonianza sul pentito Chiofalo

Durante una precedente udienza è stata discussa anche una richiesta della difesa di Bucolo. L’avvocato Barbera aveva infatti chiesto un abbreviato condizionato, per introdurre agli atti una testimonianza ritenuta rilevante.

L’obiettivo era mettere in evidenza un presunto contrasto personale tra Bucolo e il collaboratore di giustizia Marco Chiofalo, soprannominato “Balduccio”, coinvolto nell’operazione antimafia “Dinastia”. Il testimone ascoltato in aula ha confermato di aver assistito in passato a un litigio tra i due, circostanza che, secondo la difesa, potrebbe incidere sulla credibilità delle accuse.

Il presunto mandante del delitto

Secondo la ricostruzione investigativa, a ordinare l’omicidio sarebbe stato Giovanni Perdichizzi, figura legata alla criminalità locale. Lo stesso Perdichizzi venne poi ucciso nel 2013 nel rione Sant’Antonino, in un altro episodio di sangue che rientra nelle dinamiche violente della mafia barcellonese. Il processo in corso potrebbe quindi fare finalmente luce su uno dei delitti rimasti più a lungo senza risposta nella cronaca criminale del territorio.

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