Si è chiusa con cinque condanne l’udienza preliminare davanti al Gup Alessandra Di Fresco, relativa a un segmento dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia che aveva acceso i riflettori su possibili infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore edilizio.
Al centro delle indagini, un presunto meccanismo illecito capace di sfruttare il sistema delle agevolazioni del Superbonus 110%, introdotte durante la pandemia, per inserirsi nel mercato delle ristrutturazioni immobiliari.
Le pene inflitte
Il giudice ha emesso le seguenti condanne, in parte ridimensionando le richieste avanzate dall’accusa nel novembre 2025:
- 12 anni di reclusione per Tindaro Pantè
- 10 anni per Salvatore Foti
- 8 anni ciascuno per Fabio Gaipa e Tindaro Mario Ilacqua
- 4 anni per Mariano Foti
Tra gli imputati figurano soggetti originari di diverse località della provincia messinese, tra cui Milazzo, Barcellona Pozzo di Gotto e Santa Lucia del Mela.
L’inchiesta e il presunto sistema
L’indagine rappresenta uno dei capitoli di un filone investigativo più ampio che, negli anni scorsi, aveva già portato ad altri sviluppi giudiziari. Gli inquirenti hanno ricostruito un presunto sistema organizzato capace di operare nel settore edilizio, sfruttando le opportunità offerte dagli incentivi statali.
Secondo l’accusa, il gruppo avrebbe cercato di infiltrarsi nel circuito economico delle ristrutturazioni, approfittando del boom di interventi legati al Superbonus durante il periodo Covid.
Le indagini dei carabinieri
L’operazione risale al dicembre 2024, quando i carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Messina eseguirono un’ordinanza cautelare emessa dal Gip Simona Finocchiaro.
Le attività investigative erano state coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia, con il coinvolgimento dell’allora procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e dei magistrati Fabrizio Monaco, Francesco Massara e Antonella Fradà .
Accuse e misure cautelari
In origine, l’inchiesta coinvolgeva otto persone. Tra queste, per Salvatore Foti e Tindaro Pantè era stata disposta la custodia cautelare in carcere.
Per entrambi, il Gip aveva ritenuto sussistente l’accusa di associazione di tipo mafioso, mentre per Pantè era stata contestata anche l’ipotesi di trasferimento fraudolento di beni aggravato dalla finalità mafiosa.
Gli altri indagati, pur coinvolti nell’indagine, non erano stati destinatari di misure restrittive.
Un’indagine che continua a fare luce
Il procedimento rappresenta un tassello significativo nel contrasto alle infiltrazioni mafiose nell’economia legale, in particolare in un settore strategico come quello dell’edilizia.
La vicenda evidenzia come gli incentivi pubblici, se non adeguatamente controllati, possano diventare terreno fertile per interessi criminali organizzati, capaci di adattarsi anche ai contesti economici emergenziali.

