Caporalato, caso Sikelia Oil a Barcellona: la Cassazione annulla i domiciliari a Marchetta e Biondo

La Suprema Corte dispone il rinvio al Tribunale del Riesame: da chiarire lo stato di bisogno dei lavoratori

La Corte di Cassazione, sezione penale, ha disposto l’annullamento con rinvio dell’ordinanza che aveva confermato gli arresti domiciliari nei confronti di due imprenditori, Maurizio Sebastiano Marchetta e Salvatore Biondo, entrambi indagati per sfruttamento della manodopera.

Il provvedimento rimette ora la valutazione al Tribunale del Riesame di Messina, che dovrà riesaminare alcuni aspetti centrali della vicenda.

L’inchiesta e le accuse

I due, ritenuti di fatto gestori della società “Sikelia Oil s.r.l.” attiva nella distribuzione di carburanti a Barcellona Pozzo di Gotto, erano stati posti ai domiciliari nell’ottobre 2025 su disposizione del Gip.

Secondo l’impianto accusatorio, avrebbero imposto ai dipendenti condizioni lavorative considerate irregolari e penalizzanti, tra cui:

  • stipendi inferiori rispetto a quanto previsto dai contratti collettivi
  • mancato pagamento di straordinari e indennità
  • presunti meccanismi illeciti legati alla restituzione in contanti di mensilità aggiuntive

L’indagine era partita dalla denuncia di un ex lavoratore e si è sviluppata attraverso intercettazioni, riprese video e testimonianze di altri dipendenti, con il supporto della Guardia di Finanza.

Il sistema contestato

Gli accertamenti avrebbero evidenziato un sistema in cui i lavoratori, impiegati come addetti alla distribuzione carburanti, venivano retribuiti per un numero di ore inferiore rispetto a quelle effettivamente svolte.

Tra le criticità emerse:

  • omissione dei compensi per lavoro straordinario, notturno e festivo
  • trattenute in busta paga
  • mancato riconoscimento completo di tredicesima e quattordicesima

Secondo l’accusa, tali condizioni sarebbero state accettate dai dipendenti anche per timore di perdere il lavoro e per difficoltà nel trovare alternative.

Le ragioni del ricorso

La difesa, rappresentata dagli avvocati Ugo Colonna e Antonino Aloisio, ha contestato l’impostazione accusatoria, sostenendo che:

  • i lavoratori erano regolarmente assunti
  • le condizioni di lavoro rispettavano standard di sicurezza
  • le retribuzioni non si discostavano in modo rilevante dai parametri previsti

È stata inoltre messa in discussione la sussistenza dello stato di bisogno, elemento essenziale per configurare il reato.

Cosa ha stabilito la Suprema Corte

La Cassazione ha ritenuto non fondato il motivo relativo allo sfruttamento, evidenziando come il quadro indiziario fosse stato valutato in maniera coerente dai giudici del Riesame, anche in relazione alle irregolarità retributive e organizzative.

Diversamente, è stato accolto il punto relativo allo stato di bisogno dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che questo requisito non può essere presunto automaticamente, ma deve essere dimostrato attraverso una condizione concreta e grave di difficoltà.

Proprio questa carenza motivazionale ha portato all’annullamento dell’ordinanza.

Nuova valutazione e prossime tappe

Il Tribunale del Riesame dovrà ora riesaminare il caso, approfondendo in modo specifico il tema dell’eventuale approfittamento della condizione dei lavoratori.

Il procedimento giudiziario proseguirà con una nuova udienza già fissata per il 14 aprile, data in cui si attendono ulteriori sviluppi su una vicenda destinata a restare al centro dell’attenzione.

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