Si è chiuso con una sentenza di condanna il procedimento penale celebrato davanti al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto nei confronti di una donna accusata di aver rivolto pesanti minacce a un’altra persona, utilizzando anche un coltello da cucina come strumento intimidatorio.
La decisione è stata emessa dal giudice Giuseppa Abate, che ha condannato l’imputata alla pena di tre mesi di reclusione, concedendo contestualmente sessanta giorni di tempo per il deposito delle motivazioni.
Le accuse: telefonate intimidatorie e presunte minacce di morte
Secondo quanto ricostruito nel corso del processo, la vicenda avrebbe avuto origine da una serie di telefonate dal contenuto particolarmente aggressivo rivolte alla persona offesa, Marcella Sacco.
L’accusa sosteneva che, durante quei contatti, la donna avrebbe pronunciato frasi dal tono minaccioso, arrivando persino a evocare violenze fisiche gravissime. Gli episodi contestati non si sarebbero però limitati alle parole.
Stando alla ricostruzione emersa in aula, l’imputata si sarebbe infatti presentata anche nei pressi dell’abitazione della vittima impugnando un coltello da cucina lungo circa 30-40 centimetri, circostanza che ha portato alla contestazione dell’aggravante prevista per l’uso di arma.
La strategia della difesa durante il dibattimento
Nel corso dell’istruttoria dibattimentale, la difesa ha tentato di smontare l’impianto accusatorio attraverso un’approfondita analisi degli elementi raccolti dagli investigatori.
Gli avvocati Giuseppe Bonavita, del Foro di Messina, e Giovanni Alacqua Genovese, del Foro di Barcellona Pozzo di Gotto, hanno concentrato la propria attività sull’esame tecnico del materiale audiovisivo acquisito agli atti, cercando di evidenziare possibili criticità nella ricostruzione dei fatti contestati.
La parte civile, invece, è stata rappresentata dall’avvocato La Torre, comparso in sostituzione del legale titolare, avvocato Maruzza.
Il peso dell’aggravante dell’arma
Uno degli aspetti centrali della vicenda processuale è stato il presunto utilizzo del coltello durante l’episodio contestato.
Proprio la presenza dell’arma impropria ha inciso sulla qualificazione giuridica del fatto, trasformando la contestazione in minaccia aggravata. Secondo l’impostazione accolta dal Tribunale, il coltello sarebbe stato utilizzato con finalità intimidatorie, aumentando così la gravità della condotta attribuita all’imputata.
Con la pronuncia della sentenza si conclude quindi il primo grado del procedimento, mentre si attendono ora le motivazioni che chiariranno nel dettaglio gli elementi su cui il giudice ha fondato la decisione.

