Beni confiscati alle mafie, valore da 4,6 miliardi concentrato nel Sud Italia tra Sicilia, Campania e Calabria

Il rapporto Eurispes fotografa lo stato del patrimonio sottratto alla criminalità organizzata: solo poco più della metà dei beni ha completato il percorso di destinazione, mentre quasi tutte le aziende confiscate finiscono in liquidazione

Colpire il patrimonio economico delle organizzazioni criminali significa privarle della loro principale fonte di forza. È questo il principio che ha ispirato il celebre “Follow the Money”, l’intuizione investigativa di Giovanni Falcone, secondo cui seguire il denaro permette di ricostruire i legami della criminalità organizzata, individuare i responsabili e smantellarne gli interessi economici.

A distanza di decenni, quella strategia rappresenta ancora uno dei pilastri del contrasto alle mafie. Il sequestro e la confisca dei beni costituiscono infatti strumenti fondamentali per sottrarre ricchezza accumulata illegalmente e restituirla alla collettività. Tuttavia, gli ultimi dati mostrano come il percorso che porta questi patrimoni a essere realmente valorizzati presenti ancora numerose criticità.

Oltre 47 mila beni confiscati distribuiti in tutta Italia

A fotografare la situazione è lo studio “Dal male al bene: come trasformare i beni sottratti alle mafie. Analisi, stime e prospettive”, elaborato dalla Fondazione Eurispes e presentato al Senato della Repubblica.

Secondo il rapporto, sul territorio nazionale risultano censiti oltre 47 mila beni confiscati, tra immobili e aziende. Nel dettaglio, i dati fanno riferimento a 43.326 immobili e 4.836 imprese sottoposti a confisca.

Il dato che emerge con maggiore evidenza riguarda però la destinazione finale di questi patrimoni: soltanto il 52,2% ha infatti completato l’intero iter amministrativo previsto dalla normativa, mentre migliaia di beni restano ancora in gestione, in attesa di essere assegnati o riutilizzati.

Il patrimonio immobiliare vale circa 4,66 miliardi di euro

L’analisi economica condotta da Eurispes, utilizzando i dati dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati (ANBSC) e le quotazioni dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate, stima un valore complessivo degli immobili confiscati pari a circa 4,66 miliardi di euro.

Di questi:

  • 21.662 immobili risultano ancora amministrati dall’Agenzia nazionale, con un valore stimato di circa 1,96 miliardi di euro;
  • 21.664 immobili sono invece già stati destinati a nuovi utilizzi pubblici o sociali, per un valore stimato di circa 2,71 miliardi di euro.

Numeri che testimoniano la consistenza del patrimonio immobiliare sottratto alle mafie, ma che allo stesso tempo evidenziano la complessità delle procedure necessarie per trasformarlo in una risorsa concreta per il territorio.

Il valore complessivo supera i 30 miliardi di euro

Se agli immobili vengono aggiunti anche aziendepartecipazioni societariebeni mobili registratidisponibilità finanziarie e tutte le altre tipologie patrimoniali confiscate, il valore economico complessivo raggiunge cifre impressionanti.

Secondo le stime elaborate dagli esperti, il patrimonio complessivo sottratto alla criminalità organizzata oscilla infatti tra 30 e 40 miliardi di euro, confermando l’enorme peso economico accumulato dalle organizzazioni mafiose nel corso degli anni.

Si tratta di risorse che, una volta recuperate dallo Stato, potrebbero rappresentare un’importante leva per sostenere investimenti, servizi pubblici e progetti di sviluppo nei territori maggiormente colpiti dalla presenza mafiosa.

Le aziende rappresentano la sfida più difficile

Se il recupero degli immobili presenta già numerose difficoltà, il vero banco di prova riguarda però le aziende confiscate.

Il rapporto Eurispes evidenzia infatti che la gestione delle imprese sequestrate continua a rappresentare uno degli aspetti più delicati dell’intero sistema.

Attualmente risultano:

  • oltre 2.170 aziende già definitivamente destinate;
  • circa 2.800 imprese ancora in amministrazione;
  • più di 3.400 aziende definitivamente confiscate.

Il dato più preoccupante riguarda però il destino finale di queste realtà produttive: circa il 95% delle imprese confiscate viene avviato alla liquidazione, con conseguente perdita di posti di lavoro, competenze e capacità produttive.

Una percentuale che mette in evidenza quanto sia ancora difficile trasformare un’azienda sottratta alla criminalità in un’attività economicamente sostenibile.

Restituire valore ai beni confiscati è la vera sfida

Il tema dei beni confiscati non riguarda esclusivamente la repressione delle mafie, ma coinvolge direttamente anche lo sviluppo economico del Paese.

Le organizzazioni criminali non sono infatti soltanto associazioni dedite ad attività illecite, ma rappresentano vere e proprie realtà economiche capaci di alterare il mercato, influenzare la concorrenza e condizionare interi comparti produttivi.

Per questo motivo, la semplice acquisizione dei patrimoni da parte dello Stato non è sufficiente. L’obiettivo deve essere quello di restituire quei beni alla collettività attraverso progetti capaci di generare occupazione, servizi, inclusione sociale e nuove opportunità di crescita.

Sisto: “La prevenzione patrimoniale deve coniugare rigore e garanzie”

Nel corso della presentazione del rapporto è intervenuto anche il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, che ha ribadito il valore strategico delle misure patrimoniali nel contrasto alla criminalità organizzata.

Secondo il rappresentante del Governo, gli strumenti di prevenzione patrimoniale sono indispensabili per indebolire economicamente le mafie, ma devono essere applicati con particolare attenzione affinché il necessario rigore non comprometta le garanzie previste dall’ordinamento.

Sisto ha inoltre sottolineato come il sequestro di un’azienda possa produrre effetti rilevanti su lavoratori e imprese, motivo per cui ogni provvedimento richiede valutazioni accurate e approfondite.

Dal patrimonio mafioso al patrimonio della collettività

L’intuizione di Giovanni Falcone continua dunque a rappresentare uno dei principi cardine della lotta alla criminalità organizzata: seguire il denaro significa colpire il cuore economico delle mafie.

Ma la vera vittoria dello Stato, evidenzia il rapporto, non consiste soltanto nel confiscare patrimoni illeciti. Il successo si misura soprattutto nella capacità di trasformare quei beni in scuolecentri socialicooperativeaziende sanespazi pubblici e occasioni di sviluppo.

Solo quando un immobile o un’impresa sottratti alla criminalità tornano a produrre ricchezza legale, occupazione e valore sociale, il principio del “Follow the Money” raggiunge pienamente il suo obiettivo, trasformando ciò che era simbolo del potere mafioso in una concreta opportunità per la collettività.

Scopri di più da Le Cronache Dei Siciliani

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere