Catania, l’avvocato Giancarlo Puglisi in carcere dopo il blitz contro il clan Cappello-Bonaccorsi: accuse sui rapporti con i detenuti

Secondo gli inquirenti il legale avrebbe agevolato l’ingresso di droga e telefoni negli istituti penitenziari. Contestata anche la disponibilità di un’arma

L’arresto dell’avvocato Giancarlo Puglisi, professionista del foro di Catania, si inserisce nell’inchiesta che ha colpito il clan Cappello-Bonaccorsi e che ha portato a una serie di misure cautelari nei confronti di presunti appartenenti e fiancheggiatori dell’organizzazione criminale. Al centro delle accuse nei confronti del legale non ci sarebbero soltanto alcune conversazioni dal contenuto fortemente critico verso istituzioni e forze dell’ordine, ma soprattutto il presunto supporto operativo fornito a esponenti del gruppo criminale, in particolare per il trasferimento di droga e dispositivi telefonici all’interno delle carceri.

Le intercettazioni e il presunto ruolo dell’avvocato

Le frasi intercettate dagli investigatori nel settembre 2023 hanno restituito, secondo la ricostruzione della Procura, uno spaccato del rapporto instaurato tra Puglisi e alcuni soggetti ritenuti vicini al clan. Tuttavia, le parole offensive rivolte a magistrati e rappresentanti dello Stato non sarebbero state considerate penalmente rilevanti nell’ambito dell’indagine.

A determinare il provvedimento cautelare sarebbe invece stato il presunto coinvolgimento concreto nelle attività illecite del gruppo, con l’ipotesi che il professionista fosse disponibile a individuare modalità per far arrivare all’interno degli istituti penitenziari sostanze stupefacenti e telefoni cellulari destinati ai detenuti.

Nell’ordinanza firmata dalla gip Dorotea Catena vengono richiamate le conversazioni raccolte dagli investigatori, definite elementi capaci di delineare, secondo l’accusa, il comportamento e il ruolo dell’indagato all’interno della vicenda.

Il rapporto con Seby Miano e gli affari dentro il carcere

Tra i soggetti che, secondo la Procura, avrebbero avuto rapporti con Puglisi figura Seby Miano, conosciuto con il soprannome di “Piripicchio”, già coinvolto nelle vicende legate agli scontri culminati nella sparatoria avvenuta nei pressi del locale catanese Ecs Dogana.

Secondo gli investigatori, Miano avrebbe ricompensato il legale attraverso diverse utilità, tra cui somme di denaro, sostanze stupefacenti e una motocicletta.

Le conversazioni intercettate avrebbero inoltre mostrato un’organizzazione finalizzata a trovare modalità sicure per introdurre materiale illecito negli istituti penitenziari. In particolare, Puglisi avrebbe fatto riferimento alla necessità di individuare persone disponibili all’interno delle strutture carcerarie e di attendere condizioni favorevoli per evitare i controlli.

L’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa

La Procura di Catania contesta al professionista il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti, Puglisi avrebbe avuto un ruolo di collegamento tra gli ambienti criminali del territorio e il sistema carcerario.

Gli investigatori hanno raccolto numerose conversazioni ritenute compromettenti, nelle quali emergerebbero contatti con persone coinvolte nel traffico di droga e con soggetti detenuti.

In alcune intercettazioni il legale avrebbe anche discusso della qualità delle sostanze stupefacenti acquistate, lamentando presunte alterazioni della cocaina ceduta da un componente del gruppo.

L’ipotesi della pistola e il racconto di un episodio violento

Nell’ambito dell’inchiesta viene contestata a Puglisi anche la presunta disponibilità di una pistola. L’accusa nasce da alcune dichiarazioni dello stesso avvocato, intercettate dagli investigatori, durante una conversazione privata.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il professionista avrebbe raccontato di essere stato coinvolto in un episodio di rabbia alla guida e di aver avuto con sé una pistola calibro 38, arrivando a ipotizzare un possibile utilizzo dell’arma durante il litigio.

La vicenda resta ora al vaglio dell’autorità giudiziaria. Per tutti gli indagati vale il principio di presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.

Scopri di più da Le Cronache Dei Siciliani

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere