Trump sospende l’attacco all’Iran: pressing dei Paesi del Golfo, ma Teheran smentisce i negoziati con gli Usa

Il presidente americano rivela di aver fermato un’operazione militare di vasta portata dopo le richieste di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati. L’Iran però nega qualsiasi trattativa diretta con Washington e restano forti tensioni sullo Stretto di Hormuz

WASHINGTON DC – Gli Stati Uniti erano pronti a lanciare un massiccio attacco contro l’Iran, ma l’operazione è stata sospesa poco prima dell’esecuzione. A rivelarlo è stato il presidente Donald Trump, parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One mentre rientrava a Washington dal suo golf club di Bedminster, nel New Jersey, dove aveva trascorso parte del fine settimana. Il presidente era diretto alla Casa Bianca quando ha spiegato le ragioni della sua decisione, maturata dopo una fitta serie di contatti diplomatici con alcuni dei principali alleati degli Stati Uniti nella regione del Golfo.

Secondo il capo della Casa Bianca, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e la stessa Repubblica Islamica avrebbero chiesto di concedere ulteriore spazio ai negoziati, nella convinzione che esistano margini concreti per raggiungere un’intesa sia sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz sia sul programma nucleare iraniano.

Trump ha sostenuto che l’operazione militare prevista avrebbe avuto una portata eccezionale. “Sarebbe stato il più grande attacco americano dalla Seconda Guerra Mondiale”, ha affermato il presidente, aggiungendo che “lo scopo non è distruggere un Paese, ma arrivare a un accordo”.

Il ruolo dei Paesi del Golfo nella de-escalation

Dietro la decisione americana ci sarebbe stata una forte attività diplomatica delle monarchie del Golfo, sempre più preoccupate da un possibile allargamento del conflitto. Secondo la ricostruzione fornita da Trump, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe personalmente invitato Washington a evitare un’escalation militare, chiedendo di concedere ancora una possibilità alla diplomazia.

Anche il Qatar avrebbe svolto un ruolo centrale, presentando una proposta per favorire una soluzione riguardante la navigazione nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico da cui transita una quota rilevante del commercio mondiale di petrolio.

Trump ha raccontato che i leader coinvolti gli avrebbero manifestato una chiara preferenza per un’intesa piuttosto che per un intervento armato. “Mi hanno detto che preferiscono di gran lunga un accordo perché nessuno può sapere dove porterebbe una guerra”, ha spiegato il presidente americano.

L’Iran smentisce: “Nessun negoziato con Washington”

Alla versione illustrata dalla Casa Bianca è però arrivata una secca replica da Teheran. Il ministero degli Esteri iraniano ha negato che siano in corso trattative con gli Stati Uniti, smentendo anche l’ipotesi secondo cui la Repubblica Islamica avrebbe chiesto a Washington di annullare l’attacco.

Il portavoce Esmail Baghaei ha precisato che “al momento non sono in corso negoziati con gli Stati Uniti”. Baghaei ha inoltre chiarito che gli unici colloqui aperti riguardano il dialogo con l’Oman, limitato esclusivamente alla gestione della sicurezza nello Stretto di Hormuz.

Secondo Teheran, questi contatti non riguardano né la riapertura dello Stretto né un accordo politico con Washington, ma esclusivamente aspetti tecnici relativi alla sicurezza della navigazione e a una possibile nuova rotta marittima. Il portavoce iraniano ha inoltre ribadito che “Hormuz non tornerà più alla situazione precedente alla guerra”, lasciando intendere che la crisi ha modificato in maniera permanente gli equilibri nell’area.

Restano le tensioni tra Washington e Teheran

Nonostante il congelamento dell’operazione militare, il confronto tra i due Paesi resta estremamente delicato. Da una parte, Trump continua a sostenere che la pressione militare abbia favorito l’apertura di uno spiraglio diplomatico. Dall’altra, l’Iran insiste nel negare qualsiasi trattativa diretta con gli Stati Uniti e ribadisce che eventuali contatti riguardano esclusivamente la sicurezza marittima.

Nel frattempo, secondo indiscrezioni riportate dalla stampa americana, i dirigenti iraniani starebbero valutando diversi scenari qualora il dialogo dovesse interrompersi, mentre le monarchie del Golfo continuano a temere che un eventuale conflitto possa coinvolgere direttamente le infrastrutture energetiche della regione.

La vicenda assume anche un evidente peso politico interno negli Stati Uniti. Con le elezioni di midterm ormai vicine, ogni scelta della Casa Bianca sul dossier iraniano potrebbe incidere sul consenso del presidente, chiamato a bilanciare la promessa di evitare nuove guerre con la volontà di mantenere una linea di fermezza nei confronti di Teheran.

Per il momento, quindi, le bombe restano ferme. Ma la distanza tra le dichiarazioni di Washington e quelle di Teheran conferma quanto il percorso verso una vera de-escalation sia ancora ricco di incognite.

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